che fai? (1)

che fai? (1)
Il piacere.
Il piacere di stare bene fra i tormenti dell’anima. Il piacere di stare con gli altri senza stare male. Il piacere di guardare e di essere guardati, il piacere di sentire di piacere a un’altra persona, il piacere di sentire di essere desiderati.
Il piacere di toccare e di essere toccati.
Il piacere di desiderare e di avere paura di manifestarlo, di farlo vedere, di scoprirsi. L’incertezza del piacere, la dolcezza del piacere, la complicità del piacere. La forza del piacere. L’invincibile, l’insostenibile forza del piacere. Lo sconvolgimento provocato dal piacere. La brutalità del piacere.
La repressione del piacere.

La prima persona che parlò del piacere, a me e ai compagni di classe della media, fu la prof di matematica, una donna che a noi pareva anziana, ma che avrà avuto al massimo quaranta, forse cinquant’anni. Brutta, era brutta: ma era molto più moderna di noi ragazzini. Lo fece durante la lezione di scienze: per spiegarci cosa fosse, questo piacere che tanto turbava la nostra immaginazione e la cui spasmodica ricerca riempiva i tanti momenti di solitudine di noi adolescenti, ci disse di pensare come ci sentivamo quando dovevamo fare la pipì e non potevamo. “Nel momento in cui riuscite a svuotare la vescica cosa provate? Che sollievo! Ecco, quella è una forma di piacere, forse la più evidente, sicuramente quella più alla portata di tutti”.
Parole dense di significati: avrei imparato infatti, anche a mie spese, che non tutti lo provano, il piacere, e quasi nessuno sa o vuole condividerlo.

La prima persona che mi fece provare piacere fu lui. Perché mi piaceva e gli piacevo. Mi piaceva tanto, tantissimo. E gli piacevo molto, moltissimo. Era un amichetto, un ragazzino rosso di capelli, più alto di me e mi pareva bello, molto bello. Provai per lui la più classica delle cotte che capitano da adolescenti, quanto i turbamenti si sommano ai turbamenti, ogni sguardo è fonte di dubbio, interpretazione, sofferenza, spesso repressione, ogni toccamento è violenza, per non far vedere quanto piacere si provi nel farlo. Lui invece fu dolce. Un giorno mi disse che gli piacevano le mie tette, che le avevo come quelle delle ragazze, ma che dicendomelo non voleva offendermi, umiliarmi. Anzi era un complimento.
“Te lo dico solo per questo, perché voglio essere sincero, con te”.

Fu una vera dichiarazione di amore, la più emozionante della mia vita, perché fu la prima in assoluto. Arrossii violentemente e tagliai il discorso, allontanandomi, ma a casa, nella più rigorosa solitudine della mia stanza e nell’intimità assoluta delle coperte del mio caldo e soffice letto, tolsi la parte superiore del pigiamino, rimasi a torso nudo e in un silenzio bollente iniziai a toccarmi piano, dolcemente, il petto, e lo trovai veramente grosso – così mi sembrò – molto più di quanto fino a quel momento, con un certo fastidio, per ragioni estetiche e per gli sfottò che mi procurava quell’anomalia del mio corpo, non mi fossi reso conto.
Provai piacere – molto, moltissimo – nel palpeggiare le forme rotondeggianti, morbide, tenere, calde, di quelle minuscole tette da dodicenne acerba: farlo mi piaceva tantissimo, il mio corpo reagiva in tutta la muscolatura, le nervature e l’estensione dell’epidermide, a cominciare dai capezzoli, che si indurirono come mai era avvenuto prima, e poggiarci sopra i polpastrelli, stuzzicarli con le punte delle dita, strizzarli lievemente mi sconvolse in maniera indicibile, pensai alla prof di scienze e pensai che avevo voglia di sentirmi come dopo la pipì trattenuta.
Sempre nel silenzio totale feci scivolare giù i pantaloni del pigiamino e li ripiegai, mettendoli assieme alla maglietta sotto il cuscino. Nel sentire il mio coso piccolo ma durissimo, che pulsava e premeva sotto le mutandine, mi resi conto che lui, il mio compagnetto rosso, mi stava indirettamente facendo provare piacere, liberando i miei turbamenti in quella presa forte, dolce ma decisa, della mia mano destra che impugnò il cosino e della sinistra che corse invece a carezzare le mie piccole mammelline, strappandomi gemiti che dovetti soffocare, per non farmi sentire, e, pochi secondi dopo, procurandomi schizzi altissimi, che mi colpirono sulle guance, a pochi millimetri dalla bocca, lasciandomi comunque quel sapore caldo e dolciastro che avrei imparato a conoscere bene.

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