Hayashi – Domenica

Hayashi – Domenica
Si rigirava nervosa nel letto, quasi contorcendosi nel tentativo di trovare la posizione che le avrebbe finalmente permesso di dormire, ma non c’era, era troppo agitata. Perse il cellulare per controllare se fosse arrivato un messaggio. Niente di nuovo e l’agitazione aumentò ancora. Prese un’ennesima sigaretta e l’accese al buio. Aveva giurato a sé stessa che due sigarette fa era l’ultima della giornata ma fu più forte di lei. Dopo la prima boccata prese di nuovo il cellulare, ovviamente non c’era nessun nuovo messaggio. Odiava quel metodo di comunicazione, come faranno i giovani a riuscire ad avere una conversazione valida in quel modo se dall’altra parte impiegano ore per risponderti? Trattenne a stento il pollice che avrebbe voluto far partire la chiamata. Prese un’altra boccata per calmarsi. Scorse a ritroso la cronologia. Sarà davvero arrabbiato con me, pensò, stamattina aveva risposto dopo pochi minuti, sono ore invece che gli ho mandato il messaggio e… nulla…
La prese lo sconforto, le si aggrovigliò lo stomaco ed anche il fumo le stava dando la nausea, spense la sigaretta nel posacenere sul comodino. Un’ultima occhiata allo schermo del cellulare e quando si spense rimase completamente al buio. Era così opprimente quella stanza buia e l’intera casa in un silenzio tombale sembrava soltanto aggravare la situazione. Chiuse gli occhi, così da poter sopportare più facilmente l’oscurità, ma la mente agitata si mosse in fretta e subito venne assalita da quello che era successo qualche ora prima, da prima in realtà, dalla mattina, quando nervosa ed inquieta per quello che era successo il giorno precedente, ma con ancora abbastanza presenza di spirito per fingersi calma e “moderna” mandò a Marco il messaggio:
“Buon giorno, spero di non disturbarti… Vorrei parlarti…”
Naturalmente appena lo spedì si accorse di quanto fosse stata vaga ed impersonale e le vennero in mente cento altri modi per scriverlo, avrebbe voluto correggersi ma sapeva che non era possibile. Un minuto più tardi le arrivò la risposta
“È urgente?”
Ovvio che era urgente, si sentiva completamente sottosopra, i pensieri le si accavallavano uno sull’altro ed era estremamente inquieta per non riconoscersi nei suoi gesti del giorno prima, ma soprattutto per l’epilogo glaciale di quella sbandata che ora la impensieriva e non poco su quello che sarebbe accaduto da lì in avanti. Ma come poteva riassumere tutto quello in pochi caratteri?
“No, non è urgente…”
Cretina! Si maledì appena lo inviò, non voleva stare in quello stato un minuto in più, chissà quanto l’avrebbe fatta aspettare. Trillo del cellulare
“Ci sentiamo sul tardo pomeriggio allora.”
“Non puoi passare qui? Vorrei parlare di persona…”
gli scrisse di getto e più il tempo passava aspettando che le rispondesse e più le sembrava che aver agito senza pensare la stava davvero portando sull’orlo della nevrosi
“Ok”
Arrivò a salvarla da sé stessa.
Mentre aspettava che arrivasse il pomeriggio le sembrava che quella fosse la parte più difficile di tutto il processo: riuscire a rimanere calma, cercare di avere una visione più lucida degli ultimi due giorni e riuscire ad impostare un discorso per chiarire tutta la situazione. Quando se lo ritrovò alla porta, vestito da cerimonia, fu come se la sua mente si fosse resettata e svuotata da tutti i suoi piani, si preoccupava soltanto di averlo disturbato durante una qualche occasione speciale e la sua faccia tirata e dura di certo non la rassicurava. Avrebbe voluto sottrarsi a quello sguardo, le sarebbe bastato riaprire gli occhi per ritrovarsi da sola nella sua stanza buia invece che davanti a lui che la guardava così freddamente con quegli occhi verdi. L’avevano stregata la prima volta ed anche ora che era solo un ricordo doloroso non riusciva a distogliere lo sguardo. Non avrebbe mai pensato che quegli occhi così dolci ed espressivi potessero diventare così spaventosi, sembravano la superficie di un lago ghiacciato, pronto ad inghiottirla al primo passo messo in fallo.
Nei suoi ricordi si ritrovò in salotto ancora confusa nel vederlo così elegante, le metteva ancora più soggezione
“Scusa se ti ho disturbato – indicando con lo sguardo i suoi vestiti – Accomodati pure…”
Con un’aria di sfida e scocciato si tolse la giacca blu scuro e la poggiò sulla poltrona, ma non si sedé
“Di cosa volevi parlarmi?”
Era duro, distaccato, i lineamenti del viso erano ancora più affilati, le faceva male guardarlo in quello stato, avrebbe voluto avvicinarsi, toccarlo, ma dopo un passo si sentiva troppo in soggezione sotto quello sguardo torvo e si fermò. Era a poco più di un passo da lui ma lo sentiva distante anni luce. Sospirò, ricercò un minimo di calma e poi iniziò a parlare
“È per ieri – pausa, per scrutarlo in viso e cercare di capire se ci fosse un qualche cambiamento, non ne vide, sembrava una maschera – ecco… quello che è successo ieri… tra di noi…”
lo stomaco le si annodò, per un istante interminabile le sembrava di aver perso tutte le parole ed al suo interno c’era solo vergogna, pudore, confusione ed angoscia tutte mescolate insieme. Lo vide ghignare, voleva affrettarsi nello spiegare ma la gola le si strinse e dovette afferrare lo schienale della poltrona per evitare di far girare la stanza tutt’intorno.
Sospirò, ma non arrivò la calma, alzò comunque gli occhi cercando di non piangere per il nervoso
“È una cosa che non faccio mai.”
sentì la sua voce pronunciare quella frase. Era vero. Ma sentiva che non era quello che voleva dire prima. Il ghigno sulla faccia di Marco si allargò trafiggendola
“Anche ubriacarti il venerdì sera…”
le disse sbeffeggiandola, perché era così cattivo con lei? La faceva sentire uno schifo… ma… ma non poteva essere tutta colpa sua… qualunque fosse il motivo per cui la stava trattando in quel modo, lei non lo aveva obbligato a fare nulla. La doveva smettere di piangersi addosso per delle azioni che non riconosceva neanche come proprie. Doveva chiarire la cosa, chiuderla e farlo andare via dalla sua vista prima di scoppiare a piangere per il nervoso. Lo guardò dritto in viso
“Senti, io non faccio certe cose, quindi ti prego di non andare in giro a raccontare questa storia.”
lo aveva detto di getto, ma ferma, aveva fatto uscire tutta la sua preoccupazione, si sentiva sollevata e soddisfatta di sé finché non le scoppiò a rider in faccia
“Siete proprio tutte uguali! – urlò – Venti, trenta od a cinquant’anni, tutte uguali! Vi fate gli affari vostri, prendete quello che vi pare e piace e poi vi preoccupate di quello che penseranno gli altri di voi!”
rideva fragoroso, ma con rabbia, aveva gli occhi accesi e puntati su di lei. Quell’atteggiamento la fece sbottare, alzò il dito indice e puntandoglielo al petto glielo premette con forza nel pettorale
“Sentimi bene ragazzino!”
con un gesto rapido le afferrò con forza il polso, lo strinse fino a farle male, la teneva bloccata, anche strattonando non riusciva a muovere l’avambraccio, figuriamoci a divincolarlo, ma a parte quello non sembrava aggressivo nei suoi confronti, era più un monito vigoroso a controllare le sue parole. Lo guardò con sfida, lui la trapassava con quegli occhi verdi
“Fai quello che vuoi, dillo ai tuoi amici, dillo in giro, metti i manifesti, non mi importa – lo osservò attentamente per capire se stava davvero pensando ad andare a vantarsi in giro, ma continuava ad essere imperscrutabile – Lo sappiamo entrambi che è stato un errore e se ti reputi così superiore avresti dovuto accorgertene prima.”
Lo guardava dal basso verso l’alto, aveva la mandibola serrata stretta, non si muoveva, sembrava una statua, non dava neanche segno di aver capito quello che gli aveva detto, ma la mano che l’afferrava non accennava a diminuire la pressione. Voleva risponder, ne era sicura, sentiva come il presagio che da lì a poco sarebbe esploso in una moltitudine di parole che l’avrebbero sepolta, ma gli occhi gli si strinsero appena e di colpo le lasciò il polso, si voltò ed a grandi falcate raggiunse l’uscio che senza aver alcuna colpa se non quella di essere chiuso venne afferrato ed aperto con rabbia. Uscì senza dire nulla, semplicemente quelle spalle larghe varcarono la soglia e scomparvero dalla vista.
Era finita, pensò accasciandosi stremata sulla poltrona, quando si appoggiò allo schienale però si accorse della giacca di Marco. Senza pensare, forse per istinto di chiudere davvero lì quel fine settimana assurdo, si alzò e corse alla porta con la giacca in mano, ma lui non c’era più, neanche la sua macchina.
Provò a chiamarlo al cellulare ma non le rispose, non la richiamò neanche e per questo che alla fine gli scrisse quel messaggio che tutt’ora non sapeva se aveva letto
“Hai lasciato la giacca qui.”

Ora che il ricordo era finito riuscì a riaprire gli occhi, la stanza era sempre buia ma una luce flebile dall’esterno riusciva a farle intravedere i contorni dei mobili. Alzò il braccio destro, anche senza vederli, sapeva benissimo dov’erano i segni delle dita che le aveva lasciato, non le facevano male ma era come se ne sentisse ancora la pressione, forte, maschia… sì… anche se aveva la stessa età di Claudio era un uomo. La cosa le diede un brivido, le sembrò che le si acutizzassero i sensi, ne sentiva l’odore vicino a lei, forse erano le lenzuola… non le aveva cambiate. Provò ad annusarle ma non notò la differenza, però muovendosi sentì i capezzoli strusciare liberi nella sua vestaglia e subito in mente le tornò Marco che glieli aveva accarezzati allo stesso modo il giorno prima. Sentì un calore nel basso ventre. Era stato uno stronzo, era uno stronzo, si corresse, ma di sicuro sapeva come toccare una donna. Portò le mani al seno e lo massaggiò lentamente mentre le gambe le si muovevano da sole strusciando le cosce tra loro.
Quelle mani forti, insieme alle labbra delicate e passionali, se le sentiva scendere sul collo. Si sentì accaldata improvvisamente, si dovette scoprire. I capezzoli erano ormai duri, provò a pizzicarne uno ma con la stoffa di mezzo non la soddisfaceva, tirò fuori la grande mammella sinistra e strizzandone il chiodino in cima ci strusciò anche il polpastrello ruvido del pollice. Le scappò un mugolio. Si sentiva troppo eccitata per resistere, portò la mano destra tra le gambe e quando si toccò le mutande le trovò zuppe, era troppo tardi per salvarle dai suoi umori. Fece percorrere al dito tutta la fessura, lenta, come aveva fatto lui, sentiva ancora la sensazione della sua lingua che calda ed umida la leccava a fondo. Infilò la mano nelle mutande, era davvero sporco lì sotto e la cosa la eccitava ancora di più. Strinse con forza il capezzolo ed una scossa di piacere le arrivò dritta al cervello e prima che si affievolisse infilò due dita in figa. Chiuse gli occhi e gli tornò in mente la sua espressione appagata quando le entrò fino in fondo. Ora era sicura di sentire il suo odore indistintamente, prese a muovere la mano. Si leccò le labbra ricordano il sapore di lui dopo che aveva bevuto così tanto lì sotto, portò le dita alla bocca e le succhiò avida a gustare sé stessa, ma la figa richiese in fretta le sue attenzioni e non poté far altro che penetrarsi di nuovo e massaggiarsi con cura.
Voleva di nuovo la forza di quel corpo maschio e giovane su di lei, voleva sentirsi posseduta fino in fondo, spalancò le cosce, cercò la stessa sensazione ma si dovette accontentare del ricordo ancora vivido. Ansimava, le dita veloci andavano a cercare solo le parti più sensibili, sentiva l’orgasmo sempre più vicino, sfiorò il clitoride e finalmente si liberò di quel grumo di eccitazione che aveva in grembo accompagnandolo con un urlo.
Sudata, spossata, sporca del sesso consumato da sola, ma felice ed appagata, chiuse gli occhi, le dita che l’accarezzavano ancora ma che cercavano solo di cullarla con dolcezza, si assopì così, non accorgendosi del massaggio arrivato
“Passo domani dopo il lavoro.”

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”

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